La nostra Storia
“La Scommessa”, ci dovevamo chiamare: altro che “La Proposta”! Perché siamo nati dalla scommessa, nel 1983, di dare dignità a chi aveva vissuto nel cono d’ombra del manicomio e a chi, in quegli anni, era disoccupato. E di dargliela – la dignità – attraverso lo strumento principe, che non è quello caritatevole, ma quello del lavoro.
La legge 180 era ancora fresca d’inchiostro tipografico (1978) con la sua lungimirante deistituzionalizzazione degli ospedali psichiatrici, lasciata (come spesso accade nel nostro Bel Paese) nel vago quanto ai mezzi per applicarla. La legge c’è: arrangiatevi.
E noi ci arrangiammo inventando una cooperativa di ex degenti, infermieri, giovani medici psichiatri che alla bontà della legge ci credevano, con lo scopo di mettere insieme “ammalati” e “sani” a costruirsi il futuro.
Il progetto prese in eredità un settore delle cure psichiatriche, quella dell’ergoterapia e si fece affidare il grande campo dove si era cercato di aiutare per decenni i degenti impegnandoli nelle attività agricole: l’Orto dei Pecci, ultimo erede del Trecentesco Borgo Nuovo di Santa Maria ammazzato dalla Peste del 1348.
Dalle microcoltivazioni (all’inizio, per la verità ci fu il sogno che la vermicoltura creasse lavoro e reddito: non fu così, e i “bachi” tradirono le aspettative ) siamo passati via via a progetti più ambiziosi e sempre rivolti al “fuori”, dato che quest’Orto lo abbiamo sempre pensato come la cerniera (o, se preferite, il canale di collegamento) fra il mondo del “disagio” e il mondo “al sicuro”. Così, la Valle si aprì alle gite scolastiche, impiantando un rudimentale, casareccio, punto di ristoro per gli scolari in gita. Erano gli anni 1994-1996, ma poi, l’anno dopo, le prospettive cambiarono. La legge 318 del 1997 sulla cooperazione sociale ci dava la possibilità di diventare una Cooperativa Sociale di tipo B a tutti gli effetti. Grazie anche alla sensibilità (del tempo) da parte degli Enti Locali, gi mettemmo nel mondo degli appalti, riuscendo, in questo modo, a incrementare i posti di lavoro.
Arriva il 2000 e ci autonomizziamo rispetto all’Unità Sanitaria Locale che ci aveva dato in gestione l’Orto, e dal 2005 facciamo diventare la nostra “botteghina da merende” un vero e proprio ristorante. Che somministra cibo allo stomaco e al cervello, grazie a un programma fitto e apprezzato di eventi culturali che affiancano l’attività di ristorazione. Nel 2008 ampliamo il nostro quadro di attività: arrivano il giardinaggio, le guardianie, i servizi ambientali, quelli di pulizia. Arriviamo a impiegare circa 50 persone, con un nerbo robusto di provenienze dallo svantaggio (malattia mentale, tossicodipendenza, carcere, minus-abilità varie).
Bello. Troppo. Gli Enti Locali, in questi anni, cominciano a fare marcia indietro e a sfilarsi dall’impegno nel Terzo Settore. Non ne risentiamo solo noi, ma tutto il comparto nel Senese.
Ma noi, alle scommesse, ci siamo abituati: la ristorazione diventa il nostro core business e ancora oggi “Proposta” e “Orto de’ Pecci” (inteso come ristorante) non
sono la stessa cosa, ma, come diceva Mark Twain della Storia, fanno rima. Ci appoggiamo al Consorzio Arché e al Consorzio Coob, perché nessuno ha gambe per camminare da solo in questa accidentata ferrata che è il mondo della cooperazione. Ed è quello che ci sostiene quando – nel periodo del Covid – il ristorante deve ridimensionare drasticamente la sua attività. Ci riposizioniamo nel settore ambientale (spazzatura delle strade, recupero ingombranti, collaborazione con 6Toscana) e riusciamo a vincere anche questa scommessa. Nessuno perde il lavoro.
C’è un filo logico in tutta questa storia. Abbiamo cominciato valorizzando le persone che la società aveva “rifiutato”; abbiamo continuato creando reddito dai rifiuti. E’, evidentemente, nel nostro DNA: dare vita tramite il “margine” e riuscire, dalla “negazione”, a creare “proposizione”.
Chiedeteci se ne siamo orgogliosi.