Caro Roberto

Siamo nella seconda metà degli anni ’70, reparto di Psichiatria all’ospedale vecchio.

La chiamata dal Pronto Soccorso era giunta verso le 11 di mattina. Per uno psichiatra alle prime armi quale ero, una chiamata urgente dal Pronto Soccorso era una delle evenienze peggiori, un po’ come un intervento chirurgico d’urgenza da fare tutto da solo, con la probabilità di essere costretti a prendere una decisione terapeutica in pochi minuti. In più nello specifico del Pronto Soccorso del vecchio S. Maria della Scala, con quella collocazione un po’ precaria, quasi in mezzo alla gente, ai visitatori, agli altri colleghi che passavano di lì, rendeva a volte probabile il doversi “esibire” di fronte a tutti, in caso di un malato agitato, in scene poco eleganti. A quell’ora poi tutto questo era altamente probabile, non come di notte quando l’ambiente più riparato e discreto avrebbe reso tutto più facile.

Entrato dentro prima sorpresa negativa: il paziente non era lì ad aspettare – mi comunica il collega del P.S. – ma si era allontanato, forse era lì fuori. Brutto segno, indice di riottosità e irrequietezza – pensai uscendo nella sala esterna – quando mi trovo di fronte un ragazzo di poco più di vent’anni, robusto, molto robusto – altro elemento di difficoltà, una cosa è “contenere” un mingherlino, altra se bisogna “fermare” un colosso di oltre cento chili. Mi approccio con calma chiedendo come mai fosse lì e lo guardo meglio: una sorta di colossale cherubino dalle guance rosse che non riesce a rispondere alle mie domande, è irrequieto, incapace di attenzione, visibilmente contrariato di essere lì. Insisto per farmi un’idea di chi mi trovo di fronte e allora il suo comportamento diventa aggressivo, alza la voce, mi strattona un po’. Nel taschino del camice avevo una piccola agenda che lui mi strappa e getta per terra, mi difendo istintivamente, allora lui cerca di colpirmi con un pugno allo stomaco. Avverto però che la sua aggressività è come trattenuta, che non affonda i colpi, qualche remora di civiltà e controllo dentro di lui è ancora presente.

Questo in poco più di venti righi è il racconto del mio primo incontro con Roberto Caracciolo, di cui sono stato sinceramente amico, insieme a lui poi la vita mi ha fatto percorrere un lungo tratto di strada. Quello era il periodo caldo, quasi furente, della vita di Roberto, durante il quale combinò una serie di sciocchezze, in genere molto sopravvalutate, che lo portarono per oltre un anno al manicomio criminale di Aversa. Lo incolpavano di aggressione (con un temperino), di furto di un’auto (con la quale poi aveva parcheggiato mezzo chilometro più in là per mettersi a dormire) e di cose simili. Roberto era circondato da una famiglia che comprendeva il padre, un piccoletto dalla figura inconfondibile, che in quegli anni di terrorismo, interpretava il comportamento del figlio come se fosse stato “traviato” da persone di quell’area, la madre costantemente depressa e spesso incapace di fare le minime cose di casa, la sorella che in quel periodo, prima di crollare anche lei, lavorava e non creava troppi problemi.

Fu proprio lui uno dei primi pazienti individuati per un inserimento in Cooperativa per tentare, attraverso un lavoro protetto, di riprendere un corso di vita più normale. Dopo l’OPG Roberto, finiti i bollori dei primi anni, svelò il suo vero carattere che era quello mite di una personalità gregaria. Roberto era molto cambiato anche fisicamente, aveva perso qualcosa come una trentina di chili, diventando un uomo segnato, dotato di una sua vena artistica che lo portava a dipingere ed anche a scrivere poesie, alcune delle quali, a mio parere, non del tutto insignificanti. In Cooperativa si occupava del pollaio che curava con attenzione. A dimostrazione della sua supposta pericolosità quando ogni tanto si decideva di macellare qualche pollo per vendere (una delle poche attività redditizie di quei tempi) era lui quello più preoccupato e dispiaciuto perché tendeva ad affezionarsi a quelle bestiole e sacrificarle era per lui un vero dolore. Tanto che spesso chiedeva che l’amaro calice gli fosse risparmiato. Ma in cooperativa si è occupato di altro, in pratica di tutte quelle attività che erano presenti in quei primi anni: la coltivazione dell’orto, la raccolta differenziata, le pulizie al ristorante. Tendeva a legarsi con i colleghi più decisi, quelli che con il loro pensiero più “forte” del suo gli fornivano una bussola nell’interpretare la realtà. Fu grande amico di Alessandro B. che lo coinvolgeva sempre nelle battaglie “sindacali” di quei primi tempi. Mi vedeva come il padrone della cooperativa tanto che in una sua famosa poesia, quella dove diceva che erano “rotolati” all’orto de’ Pecci, un verso così recitava “siamo matti e handicappati /e da Friscelli siam comandati”.

Quando poi la cooperativa s’inoltrò di più in una strada aziendale e produttiva, Roberto cominciò a essere più stanco, a frequentare di meno, a parlare di pensione. In quegli anni i suoi genitori se ne erano già andati e si era invece rafforzato il rapporto con Giulietta, che pur rappresentando l’unico vero affetto della sua vita, spesso lo frastornava e lo rendeva incerto. Così uscì in pratica dalla pianta organica, ma il suo rapporto con noi, con me in particolare non s’interruppe mai. A volte arrivava per parlarmi di un dubbio sui suoi pensieri che percepiva un po’ strani, oppure per farmi leggere l’ultima poesia, o per raccontare l’ultima barzelletta inventata, poi quando vedeva che ero indaffarato ed avevo poco tempo per stare a sentirlo, mi salutava non senza aver ripetuto che lui voleva bene alla Proposta ed aver avuto da me la conferma che il suo ruolo era stato importante.

Poi negli ultimi tempi era sparito, a seguito di una caduta casalinga si era rotto un femore e aveva trascorso un lungo periodo di riabilitazione fuori da Siena. Il caso volle che poche settimane dopo ci si trovasse nella sala d’attesa del dentista che avevamo in comune. Fu l’occasione per riparlare e abbracciarci come si faceva sempre, mi sembrò invecchiato e stanco, un po’ schiacciato e tartassato dalla ingombrante presenza della sorella.

La notizia della sua morte, avvenuta ormai più di dieci anni fa, mi sembrò come il suggello della fine di un’epoca, di un tratto di strada che, sia pure nella differenza dei rispettivi ruoli, abbiamo insieme percorso fino a che entrambi, sia pure in tempi e modi diversi, abbiamo lasciato ad altri il proseguo del cammino.

Vorrei infine ricordare Roberto con una delle sue poesie. Qualche anno fa, era il 1999, le raccogliemmo in un fascicolo (che conservo nella mia libreria come una delle cose più care) che fu pubblicato e presentato poco prima del Natale in una bella serata al Piccolo Teatro, dando a Roberto, credo, una delle gioie più grandi della sua vita.

La poesia sembra profetica nel descrivere in estrema sintesi la vita sfortunata e breve di Roberto e dice così:

Gretto e malsano

Entra

In questa casa

Questo vento

Che tutto

Distrugge

Che tutto

Sconquassa

Entra

Come un uragano

Questo

Vento

Malsano.

 

Il vento gretto e malsano s’è portato via per sempre Roberto, ma nessuno di noi lo scorderà mai.

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