Per Paolo Paolicchi

L’avventura terrena di Paolo si è imprevedibilmente e rapidamente conclusa in questi giorni, lasciandomi un po’ sgomento, come dopo ogni morte, ma anche per la considerazione che certe storie non si “raddrizzano” mai pur quando sembrano aver preso la strada giusta. In questi ultimi anni, Paolo, rimasto solo, ha vissuto in alcune residenze protette che gli lasciavano libertà di movimento e di iniziativa. Lo incontravo spesso, ci sentivamo per telefono, era ormai diventato per me un amico. Per ricordarlo, e ricordare le cose passate insieme, pubblico di nuovo questo pezzo che uscì sul “Verdeeblù” (la testata giornalistica de La Proposta) qualche anno fa e che ricapitola la sua vita ed il suo passaggio, tutto sommato positivo, in cooperativa.

 

Nella foto Paolo Paolicchi  è in primo in basso a sinistra

************************

 La storia di P.: ovvero la scoperta del lavoro

 Paolo è un uomo di oltre 50 anni che per lunghi anni ha vissuto una situazione di forte isolamento che lo ha spesso portato ad interpretare la realtà circostante in maniera del tutto particolare. Proviene da una famiglia benestante, ma in un lento e irrefrenabile declino, ha fatto studi classici e vanta una frequenza universitaria di qualche anno. Il padre è morto quando lui era in tenera età. Ha una madre ed una sorella più grande che si occupano delle varie proprietà immobiliari di famiglia. Nessuno in realtà in questa famiglia ha svolto una vera attività lavorativa da due generazioni, lo stesso padre, morto a solo 35 anni, non ha mai praticato la sua professione di avvocato. Le speculazioni sbagliate delle due donne provocano perdite crescenti del patrimonio familiare. P. è sempre tenuto ai margini della vita e delle scelte familiari, descritto come un ragazzo timido, timoroso, con una scarsissima stima di sè, che la madre non perde occasione di peggiorare indirettamente caricandolo di ambizioni e progetti del tutto irrealistici. La situazione precipita ancora di più quando la sorella muore per un k. mammario a 42 anni, lasciando soli mamma e fratello in un rapporto fatto di un corpo a corpo continuo ed ormai non più mediato da nessuno. P. dopo qualche anno di università si lascia vivere una vita passiva da nullafacente e si inoltra sempre di più in un mondo di fantasie persecutorie, dove si sente spesso al centro delle critiche aggressive di personaggi immaginari. La situazione economica peggiora sempre di più. Nel loro bilancio esistono solo voci di uscita e nessuna entrata, inoltre scontano una gestione dissennata delle non poche sostanze a disposizione, tutta improntata ad inutili lussi, innescati dalla ambizione borghese dell’eleganza e della bellezza ad ogni costo. P. da anni fa una psicoterapia, prende regolarmente una terapia psicofarmacologica e il suo terapeuta ad un certo punto lo invia presso la cooperativa per una attività lavorativa che ne limiti l’isolamento sociale.

Inizia con molte riserve, ma accetta di partire dal basso e svolge per un certo periodo attività agricola in gruppo con altri. Poi gli viene affidata la responsabilità delle pulizie di un ambulatorio pubblico, infine dopo qualche anno viene “promosso” come custode presso l’università dove la cooperativa svolge la guardiania. Lì sembra aver trovato una buona collocazione, sempre a contatto con professori e studenti, che in qualche modo rispetta le sue origini. Con l’apprezzamento generalizzato per la sua efficienza e correttezza, raggiunge una stabilità lavorativa che ormai lo qualifica come l’unico sostegno del suo nucleo familiare. Tutto ciò nonostante i ripetuti attacchi della madre che ridicolizza lo stipendio che prende e che lo spinge spesso a mollare tutto.

Vorrei chiudere la descrizione del caso lasciando la parola a lui che, in una intervista pubblicata sul giornale della cooperativa, si è così espresso. Ad un certo punto l’intervistatrice chiede:

‑ Il lavoro quindi influenza la vita di una persona ?

‑ In questi anni ho ragionato e capito la necessità del lavoro per maturare e mantenersi senza dipendere da nessuno. Gli uomini generalmente lavorano e, se uno non lo fa, e’ un po’ strano; anche per me è stato così, il lavoro fa sembrare la vita normale anche se non lo e’ totalmente: avrei fatto bene a capirlo prima perchè questo influenza positivamente la mia salute e il mio umore.

Io vivo solo con una vecchia madre, la vita è monotona, i rapporti con gli altri non vengono spontanei, avere un’attività mi riempie le giornate, mi fa impiegare energie fisiche e mentali, è valvola di sfogo a nervosismi e inquietudini. Certo, nonostante i miglioramenti ottenuti, certi problemi rimangono, ma vengono visti da me con maggior serenità e lucidità.

 

Ultime news