Massimino
Nel programmare la galleria di ritratti che ho in testa per la nuova rubrica “ciraccontiamo” del sito rinnovato, mi sono accorto che pensavo quasi soltanto a persone che se ne sono già “andate”. Mi sono dapprima sentito un po’ il triste superstite di quella schiera di persone che avevano fondato e poi fatto crescere la cooperativa. Poi ho anche pensato che in una “famiglia” che conta ormai oltre 40 anni di vita, qualche perdita è naturale che si registri. Dopo ancora un pensiero meno lamentoso: è necessario ricordare queste persone, la cooperativa ha camminato sulle loro gambe per un bel pezzo e adesso qualcuno dei nuovi arrivati rischia di non sapere neppure chi fossero. Un ingrediente della compattezza sta anche nel fatto di conoscere la nostra piccola “storia” e nell’avere ancora vicino il ricordo di chi non è più con noi. E allora oggi voglio tratteggiare il ritratto di Massimo Braccagni che fu infermiere psichiatrico, ma soprattutto per un buon periodo, specialmente negli anni Novanta, il vero pilastro della “Proposta”.
Per tutti era solo Massimino, magro e allampanato, capelli bruni che portava spesso lunghi, ma non troppo, pettinati con la riga, occhi neri che “bucavano”. Forse era per quello sguardo che di solito piaceva alle donne, oltre che per una vaga somiglianza che aveva con Claudio Cecchetto, un dj famoso a quei tempi. Raccontava barzellette, erano spesso le stesse ma ben raccontate, e quando entrava in confidenza con qualche bella ragazza, non perdeva mai l’occasione di esibire un vecchio calembour pieno di doppi sensi, che diceva: “se vuoi, dopo ti accompagno a casa, ma prima passiamo da Scopeti e dopo un-po’-in-pineta”. Credo che mai nessuna si sia offesa (chissà se oggi sarebbe lo stesso o forse qualcuna lo accuserebbe di molestie?), allora tutte finivano per sorridere e fidarsi di lui come di uno del tutto innocuo. Mangiava piano perché così – gli avevano detto – digeriva meglio, non prendeva mai il caffè ma l’orzo e sembrava non essersi mai distaccato dalle raccomandazioni materne di quando era ancora bambino, forse per il suo fisico gracilino, tranne che per il fumo a cui proprio non riusciva a rinunciare.
Ma era sempre allegro e sorridente. A volte inciampava un po’ sulle parole e quando gli capitava, chiudeva in sincrono gli occhi, in altre occasioni invece se le mangiava parlando troppo veloce e diventava difficile capirlo
Nato come elettricista, era poi diventato infermiere psichiatrico di professione, ruolo che svolgeva con semplicità senza porsi obiettivi troppo alti o concorrenzialità terapeutiche esiziali, dotato com’era di una sua innata modestia e buona educazione. Sapeva essere sensibile e buon ascoltatore, aveva un modo tutto suo di incoraggiare i sofferenti e spesso riusciva a riportare il sorriso là dove prima non c’era.
Nel momento in cui ci fu una sorta di fusione tra il nostro gruppo e quello dell’Op, fu uno dei primi ad arrivare al Santa Maria della Scala e sembrava ben disposto a tutto, senza preclusioni.
Certo non aveva il fisico classico dell’infermiere castigamatti, capace di “fermare” un malato agitato o quel cinismo da sergente di ferro che spesso i suoi colleghi più anziani si portavano dietro, ma forse proprio per questo era un ottimo collaboratore con cui era naturale fare subito “squadra”. Così quando gli fu chiesto di provare a fare qualche turno in cooperativa, accettò senza remore e si trovò subito bene. Sapeva spargere intorno a sé un’aria di bonomia e di speranza che era preziosa. In fondo – sembrava pensare – le cose si possono aggiustare, possiamo trovare il modo di andare d’accordo. È intuibile quanto fosse utile il suo ruolo in quel periodo iniziale in cui due, tre infermieri dovevano impattarsi con dieci, quindici persone problematiche con poca voglia di lavorare, che passavano più tempo a lamentarsi che altro. Rapidamente sì era affezionato al lavoro in cooperativa e ne era un po’ “il factotum” e il principale collaboratore del giovane presidente (il sottoscritto) che arrivava sempre il giovedì mattina. Massimino gli riportava la situazione, spesso i problemi, senza ansie particolari, contribuendo a mantenere l’atmosfera positiva e serena, per quel che era possibile.
Spesso non aveva un bel colore, ma un giorno cominciò ad essere sempre più magro e grigio. Diceva di avere meno appetito del solito e il giovane presidente lo convinse a fare un’ecografia addominale. L’accompagnò e il radiologo quasi subito, rivolto a lui, scosse il capo.
Fu l’inizio del brutto male che si portò via Massimino a soli quarantotto anni. Affrontò tutto con il solito atteggiamento da persona mite e calma, senza disperazione, accettando il destino che gli capitava e la malattia che lo rodeva da dentro. Lasciò nella disperazione assoluta invece la moglie e la piccola figlia che, private del suo non appariscente apporto, ci misero un po’ a riprendersi.
Così come all’Orto de’ Pecci ci volle un bel pezzo perché la sua presenza lieve e tranquillizzante, le sue solite barzellette, i suoi eterni modi di dire si affievolissero un po’ nel ricordo, trasformandosi in nostalgia.
Poi le persone cambiarono, ne vennero altre che non lo avevano mai conosciuto e ci furono altri modi di dire e di sorridere.