Silvano
In una storia come la nostra che data ormai 42 anni sonati, le persone che hanno frequentato a vario titolo la cooperativa sono state almeno tra le due e le trecento. Per molti di loro la nostra opera ha avuto un’utilità, restituendoli ad una vita decente. Ma naturalmente ci sono stati anche tanti insuccessi. Oggi voglio raccontare uno di questi, forse uno dei più dolorosi: la storia di Silvano.

Silvano aveva un muso da topo, occhi di pulce, bocca stretta e naso lungo, il tutto su un fisico minuto e rapido nel muoversi. Pensandoci meglio, più di un topo, poteva sembrare un furetto malandrino. Aveva una voce gracchiante, sgradevole e a volte incomprensibile, risultato di una grave sordità infantile che non era stata diagnosticata per tempo e che aveva lasciato quella spiacevole sequela. Ma non era l’unica disgrazia che gli era piombata sulle spalle fin dal suo venire al mondo.
Era il terzo figlio di una famiglia disgraziata: il padre si era volatilizzato dopo la sua nascita, la madre aveva dovuto lavorare per farsi carico della loro sussistenza e così erano tutti e tre cresciuti come ragazzi di strada. Le difficoltà di comprensione, legate al suo handicap acustico, avevano ridotto all’osso la carriera scolastica ed inoltre aveva finito per strutturare una personalità francamente paranoica, come succede spesso a chi non capisce quello che gli altri dicono.
L’abitudine alle droghe, infine, aveva completato il quadro. Iniziato probabilmente dal fratello mezzano, lo aveva seguito in “carriera” cominciando anche a compiere piccoli furti e “dispetti” nel quartiere dove viveva. Il fratello si era poi suicidato, lasciandogli in eredità storie di consumo e piccolo spaccio. Era finito in carcere una prima volta e dopo quella carcerazione ci fu la prima esperienza con la cooperativa.
Il suo handicap acustico lo poneva spesso in una situazione d’isolamento e nella necessità di doversi accontentare di capire poco le parole dette intorno a lui. Questo a dispetto di un’intelligenza vivace, anche se primitiva, che spesso gli consentiva di capire a volo situazioni e persone e di utilizzare una sua forma di scaltrezza, purtroppo quasi mai per fini positivi. In quel periodo, che durò solo qualche mese, si segnalò soprattutto per i terribili “scherzi” che era solito fare ai colleghi (mettere lo zucchero nel serbatorio del motorino – piccoli furtarelli, ecc.).
Eppure, dentro di lui esisteva una parte tenera e quasi affettuosa che esprimeva nei confronti degli animali. Un episodio incentrato sulla vita degli animali caratterizzò la fine del suo primo periodo presso la nostra cooperativa. A quei tempi avevamo una vasca che serviva per l’allevamento delle trote che doveva essere ossigenata con una pompa ad intervalli precisi, anche durante la notte. Ma una notte successe che la pompa andò in blocco e tutte le trote morirono. Ebbene Silvano fu così dispiaciuto che da quel momento cambiò il suo atteggiamento verso di noi. Ci incolpava di aver agito male e ne ricavò la convinzione che non fossimo affidabili. Questo movimento di sfiducia, rimbalzando tra mondo esterno ed il suo mondo interno, si risolse allora (ma credo che molte volte sia successo anche in seguito nella sua vita), in una nuova sequela di atti delinquenziali.

Passarono poi diversi anni prima che ricomparisse in città, si diceva che fosse di nuovo finito dentro e che l’avessero spedito in qualche colonia penale dove poteva lavorare.
Quando fu di nuovo proposto per l’inserimento, a molti cascarono le braccia. I “cavalli di ritorno” non sono quasi mai buoni, ma quello lo era ancora meno. Alla fine, prevalse una certa incapacità di dire no alle pressanti richieste del Servizio Sociale del Carcere e cominciò così il secondo periodo di Silvano.
Inizialmente smentì tutti. Il suo carattere si era un po’ ammorbidito con gli anni, ma soprattutto cominciò ad impegnarsi molto nel lavoro. Come una persona con la sua storia avesse acquisito un’etica del lavoro così rigorosa, rimane ancor oggi un mistero inesplicabile. Sembrava avere bisogno di impegnarsi anche fisicamente nelle attività, era il primo a cominciare e l’ultimo a smettere e alla fine commentava sempre: oggi abbiamo lavorato bene, vero? Strinse amicizia con l’ortolano che se lo portava dietro volentieri per queste sue capacità. Angiolino, ortolano e giardiniere, era un uomo anzianotto, ancora molto valido e forse Silvano lo vedeva come il padre che non aveva mai conosciuto. Rapidamente diventarono una piccola squadra e qualche volta Angiolino lo incontrava anche fuori dall’orario lavorativo. Spesso prendevano in giro gli altri, sempre sfottendoli sul rendimento al lavoro ed in questo Silvano era la punta di diamante, ma lo faceva con arguzia e senza mai toccare i livelli perfidi della precedente esperienza.
Inoltre, anche verso il presidente il suo rapporto era cambiato, ogni tanto parlavano e Silvano si mostrava interessato a quello che faceva in ufficio e soprattutto al computer. Alla fine, il presidente gliene procurò uno di terza mano e così cominciò a casa, nel pomeriggio, a fare solitari di carte. Qualche volta capitava che col presidente si scambiassero consigli di gioco o commenti sui giochi più divertenti.
Insomma, la fiducia che nel precedente periodo era subito naufragata, adesso pareva pian piano consolidarsi e molti cominciarono a ricredersi su di lui. Fu anche assunto per un buon periodo, godendo così di un piccolo benessere che da tanto mancava in quella casa.
Poi il demone della droga, forse anche per qualche soldo in più nelle tasche, si rifece vivo. Tutti l’avevano capito anche se non per un peggioramento del suo rendimento lavorativo, ma per un certo scadimento fisico. Voleva lavorare sempre, pareva aver fame di cose da fare e quando un sabato, imprevedibilmente, si ritrovò libero per un lavoro che era stato disdetto all’ultimo, scoppiò il casino.
Girovagando in periferia, senza nulla da fare, vide una macchina incustodita con un portafoglio in vista. La tentazione fu troppa e rapido come un furetto lo prese, ma proprio nel momento in cui il proprietario stava tornando. Ci fu un alterco, lui provò a restituire il mal tolto, ma l’altro non intese ragioni e chiamò il 113, denunciandolo.
Processato per direttissima, vennero al pettine tutti i peccati precedenti e si beccò una condanna per un anno e qualche mese. Già così la faccenda era un disastro, il processo di recupero s’interrompeva e faceva forse un definitivo passo indietro, ma il peggio doveva ancora venire.
La carcerazione si stava quasi esaurendo e la cooperativa, giacché la liberazione era annunciata per la settimana successiva, lo aveva già immesso nei turni, magari per un primo periodo d’inserimento, poi si sarebbe valutata meglio la situazione,
La liberazione però, come purtroppo capita spesso, avvenne di sabato, sarebbe bastato per Silvano aspettare buono, buono lunedì per riprendere tutta la positiva routine.
Non ce la fece e nel pomeriggio di quello stesso giorno la madre lo trovò nel garage morto per un’overdose. Forse con quella dose aveva inteso festeggiare il ritorno alla libertà e invece, abitato potenti forze inconsce che lo muovevano verso la distruzione, bruciò il suo futuro e lasciò sgomenti e addolorati i pochi che avevano sperato in un nuovo recupero: Angiolino, Gianni, il presidente e qualche altro.
Sinceramente furono molti di più coloro che, in città dove ormai era conosciuto e certo non molto stimato, tirarono un sospiro di sollievo, pensando che un problema si era risolto per sempre.